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Nel XIX secolo erano due le teorie che cercavano
di dare una spiegazione alla creazione delle rocce: una detta “Nettunista”,
prevedeva che tutte le rocce si fossero formate in un esteso oceano
primordiale, poi prosciugato; gli strati più profondi, costituiti da
rocce metamorfiche e graniti, erano più antichi e ad essi si sarebbero
poi sovrapposte le rocce sedimentarie più recenti come la Dolomia e il
Calcare. Le montagne erano ciò che restava dei rilievi nati
originariamente nell’antico mare. Le teoria contrapposta a questa,
detta “Plutonista”, prevedeva che la Terra fosse in continuo
movimento e che le rocce potessero sovrapporsi senza alcun ordine
prestabilito. I sostenitori delle due teorie si confrontavano in aspri
dibattiti già da qualche decennio, quando, circa nel 1820, il Conte
Giuseppe Marziare-Pencati, perito minerario dell’Impero AustroUngarico,
scoprì presso i Canzoccoli, nei dintorni di Predazzo, che il granito
giaceva sovrapposto al calcare segnando un punto di svolta a favore
della seconda teoria descritta: la “Plutonista”. Nel settembre 1822
giunse nella Cittadina Trentina il Ciambellano di Corte del Re di
Prussia e grande naturalista, Alexander Von Humboldt; il quale
soggiornò nell’Albergo Nave d’Oro, rimesso a nuovo per l’occasione e
nel quale fu preparato un nuovo registro visitatori, in cui l’illustre
personaggio avrebbe dovuto apporre la propria firma. Von Humboldt
cercò, in principio, di confutare la scoperta del Pencati; ma per
forza di cose, l’illuminazione del Geologo venne confermata, e gli
vennero riconosciuti i meriti. Da questo momento e sino ad oggi flotte
di geologi hanno visitato queste zone, tentando di scoprire come esse
siano potute diventate un’imponente catena montuosa. La Val di San
Nicolò, posta nei pressi di Pozza di Fassa, è un autentica porta
aperta sul passato geologico delle Dolomiti e si affaccia su due mondi
diversi: al Nord strati di lava e rocce calcaree sfumano verso le
Dolomiti più classiche e conosciute, mentre al sud il paesaggio è
dominato dal massiccio dei Monzoni, un tempo il più grande vulcano
d’Europa. Nel Triassico (230-228 milioni di anni fa), molte regioni
mediterranee vennero interessate da numerose eruzioni vulcaniche;
nelle Dolomiti l’attività vulcanica fu particolarmente intensa e
accompagnata anche da intrusione di rocce plutoniche, tanto da
considerare la zona attorno a Predazzo il più importante centro
vulcanico d’Europa. Si tratta di una variegata successione si rocce
che vanno dai gabbri ai graniti; il magma primario, dal quale si sono
sviluppati i diversi tipi di roccia, tramite una lenta
cristallizzazione è di tipo Gabbroide. Come dimostrato dalla
composizione chimica, le rocce intrusive e i basalti vulcanici hanno
lo stesso focolaio magmatico a grande profondità. Dai ripidi pendii
sottomarini e dalle falesie delle scogliere primordiali si liberarono
masse di detriti e blocchi, e quando il magma riuscì a perforare le
rocce sovrastanti, nei fondi bacini circostanti si riversarono i
detriti che si mischiarono ai primi prodotti vulcanici. Queste brecce,
composte da diversi elementi del substrato mischiati in modo caotico,
sono conosciute con il nome di “Caotico Eterogeneo”, una definizione
che ben si presta a descrivere l’aspetto di questa formazione
affiorante in molte località delle Dolomiti, come ad esempio alla
base dalla Val Giumela, a nord della Val di San Nicolò, oppure in
Agordino. Quando il magmatismo si intensificò, nella zona di
Predazzo-Monzoni si formarono due grandi edifici vulcanici, dai quali
uscirono massicce quantità di lava, dal momento che i punti d’uscita
erano per la maggior parte sommersi, la lava, raffreddandosi, assunse
particolari morfologie. Vistosi “cuscini” arrotondati
contraddistinguono intere zone di colata; le lave vengono spesso
accompagnate da ialoclastiti, sabbie vulcaniche,che sono da ricondurre
al frantumarsi della lava quando raggiunge l’acqua. La pressione della
lava che improvvisamente evaporava, spezzettava la lava che si stava
raffreddando fino a trasformarla in granelli di sabbia. Anche i tufi e
le ceneri di eruzione esplosivi si estendevano su una vasta zona.
L’intera successione di lave, ialoclastiti, tufi e brecce nella zona
di eruzione principale, posta nei pressi del Buffaure, raggiunge circa
i 1000 metri di spessore: tutte le rocce dovute a questa vivace
attività vulcanica sono basaltiche. Il materiale eruttato finì col
creare un vuoto nella camera magmatica, e nei pressi di Predazzo, il
tetto di questa, del diametro di quasi 5 km, crollò e sprofondò a più
riprese nel materiale fuso (Monte Mulat). Nello spazio circolare che
si era aperto si infilò il magma che diede origine ad una
caratteristica intrusione anulare di Monzonite e granito ben
riconoscibile sulle carte geologiche della zona. Le rocce sedimentarie
a contatto con il materiale vulcanico vennero profondamente alterate
dal calore e dalla pressione esercite dal magma e dalla lave in
risalita. Si sono così formate le fasce di rocce metamorfiche che
ospitano le mineralizzazioni più caratteristiche della zona. Negli
strati della Formazione di Werfen, in particolare, sono presenti
numerosi Minerali di contatto tra i quali: il GranatoAndradite, la
Fassaite, il tipico pirosseno verde, caratteristico della Val di
Fassa, la grigia Monticellite e la Vesuviana bruna e lucente. Anche
lungo la cresta del Buffaure si trovano minerali: gli Analcimi rosa
carne, il Quarzo Ametista e la Phrenite verde mela. Lungo la Crepa
Neigra affiorano giacimenti di grandi cristalli di calcite e bianca
Dolomite. Rossi cristalli di Heulandite e delicati ciuffi di candida
Zeolite sono custoditi nelle piccole cavità delle lave della Val
Giumella. Duoliti (?) perfette, Augiti e la rara Dachiardite si
nascondono lungo i fianchi della Val di San Nicolò.
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